Banche, l’ex direttore di Bcsm Savorelli intervistato sul Corsera

Savorelli sul Corsera

«San Marino, grande buco bancario. Io cacciato perché volevo fare pulizia»

Questo è il titolo dell’articolo a firma di Federico Fibini apparso oggi sul Corriere della Sera in cui viene intervistato l’ex direttore generale della Banca Centrale, Lorenzo Savorelli che parla di “un buco di dimensioni comparabili al Pil del Paese, serve un salvataggio”.

Una intervista che ha suscitato parecchio “rumore” a San Marino. Ecco il testo integrale pubblicato sul Corsera anche on-line.

Lorenzo Savorelli, 59 anni, per anni funzionario alla Banca mondiale (dove ha lavorato con Mario Draghi) ha vissuto pericolosamente per un anno e mezzo nel suo ufficio di direttore generale della banca centrale di San Marino. Prima di lasciare a settembre.

Dottor Savorelli, perché se n’è andato?

«L’estate scorsa abbiamo preso visione dei risultati dell’indagine sugli attivi del sistema bancario sanmarinese e stabilito un controllo giornaliero della liquidità delle banche, un monitoraggio sulla possibilità di fuga delle risorse. Quindi abbiamo rappresentato alla leadership sanmarinese le difficoltà del sistema e la necessità di ricapitalizzarlo».

Quanto è grande il buco delle banche?

«A mio parere di dimensioni comparabili al Pil del Paese».

Cosa le ha risposto il governo?

«Ci ha chiesto di esaminare possibili strade e le uniche erano un ricorso al mercato o una ricapitalizzazione con denaro pubblico, che San Marino non ha a sufficienza».

Dunque deve chiedere un salvataggio? A chi?

«Alle istituzioni internazionali e ai mercati»

Perché allora lei non è rimasto?

«Queste erano le vie possibili, ma nessuna è stata percorsa in maniera sostanziale. L’azione della banca centrale rivolta a reperire risorse è stata bloccata».

Questo l’ha indotta a dimettersi?

«Non mi sono dimesso, sono stato defenestrato dal governo dopo aver presentato una relazione sulla Cassa di risparmio di San Marino, e le azioni da intraprendere. I bilanci di questa banca, la principale di San Marino, non erano veritieri. Di fronte alle scelte necessarie, molto dure, quattro ministri hanno preso l’iniziativa di farmi uscire. Rappresentati del governo sono entrati nel consiglio della banca centrale per farmi mandare via, in barba all’autonomia dell’istituto».

Cosa resta da fare?

«Servono un riconoscimento completo delle difficoltà e delle procedure corrette nella gestione di banche e sistema. Ma manca la scelta di intervenire duramente per mettere persone competenti e trasparenti».

Vuole dire che il governo di San Marino è colluso con le banche?

«Il governo non ha avuto il coraggio e la forza di far entrare persone nuove e di cambiare le regole. Non era nel suo interesse, per ragioni di potere e per la connivenza con il passato di diversi suoi esponenti».

Un buco bancario così si fa prestando ai soggetti sbagliati. Questi soldi non saranno scomparsi…

«Gli impieghi erano investiti in gran parte in attivi di dubbia qualità, prestati a un numero limitato di soggetti. C’è una forte concentrazione dei debiti. E una forte sovrapposizione fra questa concentrazione e le sofferenze bancarie, a mio parere».

Insomma un’oligarchia si è indebitata e ha causato gravi perdite alle banche. È legata alla politica?

«San Marino ha 33 mila abitanti. Le parentele attraversano l’intero sistema. Vengono permessi comportamenti che altrove sarebbero inaccettabili. Abbiamo fatto un’indagine sulle procedure di gestione del rischio, credito e compliance delle banche e non ce n’era una che non risultasse gravemente al di sotto di standard riconosciuti».

Quanto può andare avanti una situazione così?

«Difficile dirlo. Noi abbiamo fatto interventi di liquidità, legittimi e di sistema. Ma da tempo liquidità e raccolta bancaria sono in calo, una tendenza che potrebbe peggiorare. In un sistema normale con una sottocapitalizzazione così importante e la cattiva qualità degli attivi, accadrebbe. Le autorità erano sulla buona strada, ma servono credibilità e un programma coerente. E non ci sono. Manca la volontà di interferire».

Una restaurazione da parte dei corresponsabili del disastro?

«Sì. Anche attraverso nuove figure nella banca centrale. Io sono arrivato a maggio 2016 e ci sono voluti 7 mesi per fare approvare l’idea di un esame degli attivi. Su quello è caduto il governo: anche solo decidere di guardare cosa c’era dentro le banche è stato drammatico. Immagini gestire i risultati».

L’Italia che cosa rischierebbe dalla minaccia di una possibile implosione finanziaria della Repubblica di San Marino?

«C’è un rischio per il fatto che ci sono depositanti italiani, anche molti se ne sono andati. E c’è un rischio di contagio dall’avere un Paese in tali difficoltà. Non è nell’interesse dell’Italia e dell’Europa che imploda».

L’Italia dovrebbe lanciarsi in un salvataggio di San Marino?

«Se non si cambiano le regole, la trasparenza, le figure gestionali, i problemi si ripresenteranno. Qualsiasi partner internazionale che volesse intervenire a sostegno del sistema dovrebbe avere un controllo diretto sulle misure e la serietà degli interventi. E evitare il rischio che ci sia un appello a fonti opache».

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