Primo Maggio: tante storie di lavoro e dignità

Martina ogni giorno entra in ospedale e indossa la sua armatura per essere più forte del mostro che non guarda in faccia nessuno e che senza spargere sangue lascia morti e feriti sul suo percorso.
Andrea dietro lo scudo di plexiglass, alza la voce per farsi capire, mantenendo la distanza con chi cerca conforto professionale per sedare le preoccupazioni nate nella notte per quei colpi di tosse.
Michele, divisa di ordinanza, pulisce con una cura maniacale ogni superficie che potrebbe essere venuta a contatto con altri umani.
Davide ogni mattina sorride con gli occhi alle persone che lo attendono sulla porta del supermercato, unico presidio di libertà prima di tornare a rintanarsi in casa.
Francesca bardata come un chirurgo, lascia con un bacio a casa i figli e con la tristezza nel cuore corre a timbrare il cartellino in una fabbrica semi deserta.
Cristina, in divisa d’ordinanza, irriconoscibile, dietro la propria mascherina vede sfilare le auto in fila disciplinata con i lavoratori che aspettano il lascia passare per recarsi al lavoro.
Filippo, forte dei suoi anni, consegna, al pari di un raggio di sole, un gesto di solidarietà e una borsa con gli alimenti all’anziana signora chiusa da giorni nel proprio isolamento.
Questo è il lavoro ai tempi del Covid-19.
Sono tante le storie di lavoro e dignità, lavoro ed eroismo raccontate in questi giorni di emergenza sanitaria. La medica o l’infermiere in prima linea nei reparti Covid, così come il lavoratore del supermercato, la Gendarme per i controlli sul territorio, così come l’operaia in fabbrica. E’ come ci fossimo accorti solo ora di quanto sia preziosa l’attività quotidiana di chi lavora, di chi ogni giorno impegna la propria competenza e professionalità, senza che a nessuno venga in mente di scomodare supereroi per descriverne l’importanza.
Nell’era della finanza che condiziona a livello globale decisioni politiche e precari equilibri fra Stati, (e la travagliata vicenda dell’Unione Europea ne è esempio e monito), dovevamo, forse, vivere questo dramma della pandemia di Covid-19 per tornare a comprendere quanto l’economia e la vita di tutti noi siano legate a doppio filo al lavoro reale e alla ricchezza che è in grado di generare.
E, per contro, scoprire una volta di più, quali tragedie personali e familiari si vivono quando il lavoro non c’è o è precario.
Alla luce di quanto sta accadendo in questa complicatissima fase mondiale, sentiamo la necessità di fare un appello: non perdiamo questa occasione per dare maggiore dignità al lavoro e ai lavoratori.
Se la necessità del terzo millennio è quella del lavoro sempre più flessibile e precario, ciascuno di noi deve esercitare appieno il proprio ruolo affinché tutti possano esercitare il sacrosanto diritto di lavorare e flessibilità e precariato lavorativo non siano più sinonimi di povertà e precarietà sociale.
I diritti degli individui di realizzarsi nella vita affettiva e sociale, non possono essere sacrificati sull’altare della produttività e del profitto.
In questi giorni di emergenza sanitaria si sta ragionando sulle trasformazioni che interverranno nella società: facciamo una cosa importante, interrompiamo la deriva che pone al primo posto l’interesse di pochi a detrimento dei diritti e della sicurezza sul lavoro.

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