La CSU chiede maggiori aiuti per le famiglie in difficoltà economiche

RSM 4 giugno 2020 – Occorre realizzare una maggiore uniformità di trattamento tra lavoratori di tutti i settori, pubblico e privato, estendo a tutti senza distinzioni le misure adottate con il Decreto Legge n. 96 del 31 maggio scorso emesso dal Governo. Al contempo, va affrontato in maniera più efficace il problema delle tante persone e famiglie in gravi difficoltà economiche per le conseguenze della emergenza sanitaria; le misure previste nel Decreto Legge n. 91, infatti, sono del tutto insufficienti.

Sono dunque tante e importanti le richieste avanzate dalla CSU nella lettera inviata questa mattina al Congresso di Stato.

A proposito della necessità di estendere a tutti i lavoratori le stesse condizioni, la CSU si riferisce in primo luogo all’aumento a 700 euro dell’importo minimo mensile previsto dal Decreto 96 per i dipendenti pubblici non ancora in servizio, che non trova eguale riscontro per i lavoratori del settore privato in CIG, per i quali invece è rimasta ferma la soglia minima di 500 euro.

Coerentemente, la CSU ritiene che analogamente a quanto previsto nel settore privato, la misura pari al 50% prevista dal Trattamento Retributivo Ridotto (TRR) per i dipendenti del settore pubblico, debba scattare dopo tre mesi di non lavoro.

“Apprezziamo l’implicito riconoscimento che il reddito minimo, inizialmente previsto per coloro che non prestano sevizio a causa dell’emergenza sanitaria, fosse del tutto insufficiente,” come più volte sostenuto dalla CSU: occorre estenderlo a tutte le persone che si trovino in condizioni di difficoltà.

“Ci riferiamo – specifica la lettera – in particolare a coloro che hanno perso il lavoro e percepiscono la mobilità o l’indennità di disoccupazione; anche per loro deve essere introdotto analogo importo mensile minimo.”

La CSU ha altresì ribadito nella lettera la totale insufficienza degli interventi previsti all’art. 1 del Decreto Legge n. 91. “Il grido d’allarme lanciato dalla Caritas pochi giorni fa – scrive la CSU – conferma, qualora ce ne fosse stato bisogno, il sensibile aumento delle famiglie che si trovano in gravi difficoltà economiche e non riescono a far fronte a tutte le spese necessarie al loro sostentamento. L’impegno delle Associazioni di volontariato è encomiabile e ci auguriamo che abbia sempre maggior vigore, ma non è accettabile che lo Stato rinunci a svolgere il proprio ruolo di tutela dei cittadini per demandarlo ad altri, altrimenti si travalica il principio di sussidiarietà.”

Per questi motivi, la CSU chiede nuovamente di rivedere l’impianto del reddito minimo famigliare, affinché consenta a tutte le persone in difficoltà di far fronte a tutte le spese indifferibili.

Inoltre, prosegue la CSU, “chiediamo venga esteso a tutti i lavoratori del settore privato il diritto e il relativo trattamento economico, già riconosciuti ai dipendenti pubblici (TRR volontario), di assentarsi volontariamente dal lavoro, pur condizionato al consenso del Dirigente/datore di lavoro”, ad esempio per accudire i figli che non frequentano la scuola. Per far fronte a tali necessità non basta riconoscere il diritto ad assentarsi dal lavoro, ma anche la medesima indennità, pari al 50% del piede retributivo. Si tratta di una necessaria misura di equità che metterebbe tutti i lavoratori sullo stesso piano.

Oltre a ciò, per far fronte alle esigenze di cura dei figli o anche per necessità di altra natura, si propone di consentire liberamente all’interno della Pubblica Amministrazione la possibilità di donazione dei giorni di ferie a favore dei lavoratori che hanno i requisiti per poter accedere a quanto previsto dalle norme vigenti in termini di “Congedi parentali straordinari”, oltre alla fruizione dei riposi compensativi: tema particolarmente sentito dagli operatori sanitari che in questi mesi si sono fatti carico di un lavoro immane.

La CSU si rende disponibile ad un incontro con il Congresso di Stato per approfondire i temi trattati.

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